2010-12 Roma, Palatino Foro Romano, S. Maria Antiqua

Dipinti murali altomedievali

Committente

Presidenza del Consiglio dei Ministri – Commissario Delegato per la realizzazione degli interventi urgenti nelle aree archeologiche di Roma e Ostia Antica

Direzione dei lavori

Arch. G.Morganti

Altre info

Lavoro svolto in subappalto dalla Ditta WMS

Intervento

Costruita su un edificio precedente, primo edificio cristiano del Foro Romano, chiesa bizantina per eccellenza, sepolta sotto le macerie della Domus imperiale, che era crollata a seguito di un terremoto, utilizzata come fondamenta per la nuova chiesa di S.Maria Liberatrice, S.Maria Antiqua viene scoperta ai primi del ‘900 dall’archeologo Giacomo Boni, che ne completa lo scavo e interviene assai sapientemente su strutture e apparati decorativi.

Il monumento deve la sua fama al ciclo di dipinti che si trovano al suo interno e che rappresentano uno degli esempi più importanti della pittura alto-medievale, maS.Maria Antiqua è anche particolarmente interessante perché conserva le tracce del sovrapporsi di epoche storiche con conseguenti superfetazioni architettoniche e decorative: l’opus testaceumche doveva servire come preparazione ad una decorazione ad opus sectile (di cui se ne possono vedere ancora alcuni resti), i frammenti di paste vitree di un mosaico che doveva decorare le parti alte delle pareti e forse anche le volte, l’impluvium della navata centrale, gli strati di dipinti sovrapposti (l’ormai famoso palinsesto di S.Maria Antiqua) che stanno a testimoniare una sorta di riedizione decorativa nel tempo, le colonne che dividono la navata centrale da quelle laterali e che sono probabilmente di riutilizzo, e poi gli archi, i muri a cortina laterizia, gli intonaci, i dipinti dell’atrio, che ancora conserva tracce della chiesa costruita su S.Maria Antiqua e fatta demolire dal Boni.

I dipinti murali di S.Maria Antiqua, sono realizzati con la tecnica del mezzo fresco: su di una base ad affresco, figure, architetture, particolari decorativi e gli stessi sfondi sono dipinti con dei colori mescolati a calce, come risulta dallo spessore della pellicola pittorica, che in molti punti presenta evidenti i segni del pennello. I colori sono vivaci e sono riconducibili alla tipica tavolozza dei dipinti murali di terre e ocre. Per l’azzurro è stato utilizzato un blu egiziano. L’intonaco e l’arriccio sono generalmente pozzolanici. Tuttavia sono presenti anche intonaci particolarmente bianchi e dalla stesura raffinata, realizzati con un’alta componente di calce, mescolata a fibre vegetali per evitare un eccessivo ritiro della malta in fase di asciugatura.

I primi interventi di restauro in S.Maria Antiqua si devono far risalire certamente al Boni, che, oltre allo scavo, eseguì un imponente lavoro di restauro strutturale, durante il quale rifece completamente le volte imitando la tecnica della controforma romana, come si può notare dalle tracce del palancato impresse sugli intonaci. A quel periodo si possono ricondurre anche alcuni interventi conservativi delle decorazioni come la messa in sicurezza dei dipinti e delle malte mediante inserimento di grappe metalliche e bordature di cemento, e alcuni rifacimenti in malta di parti mancanti del pavimento. E’ molto probabile anche che si procedette allora con una pulitura delle superfici e forse con un trattamento di quelle dipinte mediante un protettivo/ravvivante di tipo ceroso, come da prassi metodologica del tempo, e come confermerebbe quanto rilevato durante l’ultimo restauro. Sono seguiti quindi diversi altri interventi di manutenzione e restauro, alcuni realizzati dall’ICR, fino a quello eseguito per la messa in sicurezza di tutte le superfici dal restauratore WernerSchmid, con il quale il Consorzio C.B.Art ha successivamente realizzato l’intervento di restauro.

Tutte le superfici decorate all’interno di S.Maria Antiqua apparivano offuscate da depositi di particellato incoerente e parzialmente aderente che le rendeva di assai difficile lettura.

A tale effetto contribuiva inoltre la presenza superficiale di efflorescenze saline che in alcune zone, come nel presbiterio e nell’abside, coprivano quasi completamente i dipinti con una patina biancastra, riconducibile alla presenza di solfati di sodio dovuti in gran parte al cemento utilizzato per le bordature e per l’intervento strutturale. La presenza di sali solubili fortemente igroscopici aveva provocato i tipici fenomeni di degrado: difetti di adesione e di coesione degli strati preparatori (arriccio e intonaci) e della pellicola pittorica con cadute di materiale originale più o meno estese. Le numerose grappe metalliche utilizzate dal Boni per l’ancoraggio degli intonaci, non sembravano avere creato danni particolari, probabilmente perché realizzate in gran parte in ottone. Tutte le superfici erano state trattate con un materiale ceroso applicato forse come protettivo o ravvivante e penetrato nella pellicola pittorica. I resti delle transenne nella navata centrale si presentavano particolarmente impolverati e caratterizzati da un ampio uso del cemento a fermare bordi di frammenti di dipinti, malte ed elementi lapidei. Anche i pavimenti ad opus alexandrinum risultavano quasi totalmente illeggibili a causa dello sporco accumulatosi nel tempo.

I criteri metodologici di un intervento di restauro sono stati fondamentalmente i seguenti: intervenire sui fattori di degrado, operare per la conservazione presente e futura dell’opera, ripristinarne la fruibilità estetica.

Rimossi i depositi superficiali incoerenti e parzialmente aderenti (particellato, efflorescenze saline…) con pennelli morbidi, si è proceduto con la disinfezione localizzata delle superfici dai fenomeni di attacchi di microorganismi autotrofi mediante applicazioni di idoneo prodotto biocida ad ampio spettro di azione, previa escuzione di test preliminari per la scelta del prodotto più idoneo ed efficace. Sono stati risarciti i difetti di adesione e coesione della pellicola pittorica e quelli diadesione degli strati preparatori, per i quali sono state utilizzate alcune malte idrauliche premiscelate a basso contenuto salino, scelte a seconda delle diverse situazioni conservative. Per la coesione delle malte ci si è orientati verso l’utilizzo di nanocalci (Nanorestore, CaLoSil) e ossalato artificiale (ossalato di ammonio), previa esecuzione di test preliminari, perché la loro natura inorganica, e quindi più simile ai materiali costitutivi, li rende preferibili per caratteristiche chimiche e fisiche a prodotti organici quali le resine. Per la pulitura sono state adottate metodologie operative diversificate a seconda delle situazioni: soluzioni acquose di sali inorganici a pH basico su carta giapponese e/o compresse di polpa di cellulosa e sepiolite; applicazioni di resine a scambio ionico del tipo anionico; pulitura a tampone e/o carta giapponese con opportune miscele solventi e deceranti. Rimosse le bordature di cementoe stuccato i bordi e le lacune, si è proceduto con la reintegrazione pittorica. Per dare maggiore leggibilità al ciclo decorativo e consentire il giusto apprezzamento della decorazione originale si èproceduto con abbassamenti di tono con velature successive ad acquarello.